ALTRE  STORIE

La Finestra  

Taddeo e Susanna 

Il pesciolino che non sapeva nuotare

La storia di un fumaiolo

Il trenino impertinente

La margherita

 

La finestra

             Il  vento ululava per le strade e rapiva ogni cosa al suo passare.

            Le porte  e le finestre d’ogni casa cigolavano e in una di quelle case, un bimbo, con gli occhi socchiusi, giaceva in un letto sotto le pesanti coperte. Presso il capezzale, una donna, sua madre, con le gote rigate di lacrime, gli accarezzava i capelli e con  lo sguardo chiedeva al medico, in piedi davanti a lei, se vi fosse una speranza che il suo figliolo si salvasse.

            Il medico la guardò a lungo, poi disse: “Se resistesse sino a domani, se riuscisse a superare la crisi, forse potrebbe salvarsi”.

            La donna allora, chinò gli occhi e lacrime ancora più grandi incominciarono a scorrere sul suo viso, mentre il medico, senza aggiungere altro, indossava il soprabito e usciva.

            Il fanciullo allora aprì gli occhi e “Lo senti il vento, mamma?” disse con una flebile voce. “E’ simile alla morte! Guarda come si spalancano le finestre al suo passare! Solo quella finestra resiste ancora; è simile a me, ma presto anch’essa cederà e con essa cederò anch’io”.

            La finestra, che era proprio davanti al lettino, udì quelle parole e decise che non avrebbe ceduto al vento che ululava rabbioso.

            Quella finestra era la migliore amica del fanciullo: egli se ne stava presso di lei ore ed ore a guardare la strada alberata, i radi passanti e i monti che spesso si divertiva a dipingere. Quando non era con lei, la finestra si accontentava di vederlo giocare con i suoi compagni, di seguirlo con lo sguardo nelle sue corse, nei suoi salti...ed ora era là e la vita lo abbandonava.

            Scese la notte, il vento diventò più impetuoso: s’abbatté furioso contro la finestra, ma essa non cedeva. Il bimbo guardava quel rettangolo rimasto ancora indiviso e dal colore verde chiaro, la sua ultima speranza di salvezza. Sentiva la fronte coprirsi di sudore e gli occhi chiudersi lentamente, ma, prendendo esempio da quella finestra, neppure lui voleva cedere, e pregava e le sue preghiere si univano a quelle di sua madre.

            “Devo resistere!”, gridava la finestra col suo cigolio. “Devo salvare quel bimbo!”. Il vento continuò ad ululare e la finestra a rimanere chiusa, con tutte le sue forze, per tutta la notte, e finalmente giunse il nuovo giorno. Il medico, pur non avendo più nessuna speranza, si recò subito a sapere notizie del fanciullo. L’uscio era aperto, entrò in casa e con suo grande stupore vide il bimbo sorridere felice a sua madre, che, seduta sul letto accanto a lui, piangeva per la gioia. In quel momento, dai vetri della finestra dal color verde chiaro, penetrò nella stanza un raggio di sole, avvolgendo quelle tre persone in una striscia gialla, quasi in una magica verga d’oro, come per dire che dalla speranza e dalla fede scaturisce sempre la felicità.

         

  

Taddeo e Susanna

 

            C’era una volta un remo, che stava al fianco di una barca. Il suo nome (chi glielo abbia dato non si sa) era Taddeo. Una dura mano lo stringeva per vogare e di tanto in tanto lo tuffava fra le acque del mare per farlo poi uscire, piangente e desideroso di tornare ancora fra quell’azzurro venato di bianco. Amava tanto chiacchierare con i pesciolini e contare le conchiglie colorate del fondo del mare.

            Ma un giorno si accorse che non era solo legato a quella barca. Al lato opposto, vi era un altro suo simile, anzi un’altra, la bella Susanna.

            Appena la vide fu colpito dalla sua bellezza. Voleva correrle al fianco, esprimere ciò che il suo cuore sentiva per lei, ma, come fare?, quelle mani li tenevano tanto lontani. Come le odiavano, come desideravano di sentirsi liberi, ma invano; erano sempre là, presso quella barca.

            I loro tonfi erano cupi e tristi e Taddeo non chiacchierava più con i pesciolini, non contava più le conchiglie colorate, ma pensava continuamente a lei, a Susanna.

            Un giorno il cielo si oscurò, ad un tratto si accese un fulmine, un tuono brontolò, la pioggia cadde violenta intorno. Le onde cominciarono subito ad alzarsi sempre più furiose e ad infrangersi contro la barca che tentava di raggiungere la riva lontana. Quelle mani, strinsero ancora di più i remi, ma le onde trascinarono la barca contro gli scogli, dove si sfasciò completamente.

            Erano liberi finalmente, Taddeo e la bella Susanna, nessuno li teneva più prigionieri, ora potevano fuggire insieme, lontano, felici.

            Ma ad un tratto, udirono una voce, che chiedeva aiuto e che si perdeva fra il brontolare dei tuoni.  Era la voce di quell’uomo che per tanto tempo li aveva tenuti separati. Quanto l’avevano odiato! Ma ora era in pericolo, chiedeva aiuto.

            Pur sapendo che ciò significava la fine del loro sogno, Taddeo e Susanna corsero in suo aiuto corsero in suo aiuto. Gli andarono vicino, l’uomo si aggrappò a loro, e i remi, raccogliendo tutte le loro forze, lo trascinarono su un grande scoglio.

            Le acque ripresero il loro continuo dondolio, e il cielo tornò azzurro, mentre là, presso gli scogli, erano alcuni pezzi di legno che galleggiavano sulle acque, formando un cuore, un piccolo grande cuore: era questo ciò che rimaneva di Taddeo e la bella Susanna.

 

Clicca sull'immagine per ingrandire

     

Il pesciolino che non sapeva nuotare

 

            Era l’alba. Tutta la valle si tingeva di nuovi colori, che parevano sparsi da un grande invisibile pennello e che si sdoppiavano e danzavano in un lago limpido e liscio come uno specchio. Ad un tratto però una candida piuma cadde fluttuando nel bel mezzo del lago rompendo quella quiete. Nei grandi cerchi che ora i colori formavano impauriti, ecco apparire un’immagine buffa e strana. Guardando in alto si poteva scorgere chi la produceva: oh, non era affatto strana a vederla diritta la signora Cicogna!

            Tutti la conoscevano e attendevano con ansia la sua venuta, che significava sempre nuovi figlioletti. Beh! forse era un po’ buffa così distesa su una nube, tentando di afferrare quella piuma che, caduta nel lago, era stata poi nuovamente trasportata in alto da un colpo di vento e le girava intorno.

            Quando finalmente la signora Cicogna fu stanca di quella caccia improvvisata ricordò il fardello pieno di pesciolini che doveva depositare nel lago; meglio dire “imbucare”, perché in tanti, in quel fardello un po’ stretto, erano ridotti in modo da sembrare più delle buste che dei pesci; delle buste piene di gioia per le mammine che attendevano ansiose sul fondo.

            Ma ecco sorgere un enigma per la signora Cicogna: quale di quei tanti fardelli che portava con sé era quello dei pesciolini del lago?

            Non restava altro da fare che aprirli tutti ad uno ad uno pazientemente. E così fece. Aprì il primo e “Beeeeee!” Oh, non era questo certamente! Aprì il secondo: ma un’unghiata glielo fece chiudere subito. Neppure il terzo era quello giusto: vi era un bimbo che incominciò a piangere. Ma la signora Cicogna non si perdette d’animo. Continuò a cercare e ...”Eccoli! Evviva”, esclamò, tenendo gli ultimi due fardelli: l’uno contenente i pesciolini del mare, l’altro quelli del lago.

            Aprì quest’ultimo e...pluf/ il suo contenuto cadde nelle limpide acque. Il compito della signora Cicogna era finito. Presi nel becco tutti gli altri grossi fardelli, stava per partire quando quella piuma bianca che continuava a fluttuare le si posò...proprio sul becco.

            La Cicogna starnutì e...ahimè! qualcosa del fardello pieno di pesciolini del mare cadde nel lago. Senza accorgersi di ciò, poco dopo la Cicogna spiegò le ali e sparì nel cielo.

              Glu, glu, glu: s’udì ad un tratto fra le acque cristalline del lago. Era un pesciolino quella cosa caduta dal fardello della signora Cicogna. Oh, piangeva! Poverino, si era già accorto di non poter raggiungere il fondo dove avrebbe trovato una mamma! Beh, ormai era troppa tardi! Nessuno lo avrebbe udito, neppure quei visini tutti eguali che lo circondavano e in cui sperava un aiuto: ben presto si accorse che altro non erano che fragili bolle che egli stesso formava piangendo e che riflettevano la sua stessa immagine. Ahimè, non sarebbe vissuto a lungo! Già si sentiva mancare il respiro!

            Come avrebbe desiderato di essere ancora nel fardello della signora Cicogna, sì, schiacciato come una busta ma...in salvo! “Oh, se tutto non fosse altro che un brutto sogno!”, esclamò singhiozzando. Proprio così gli parve per un istante udendo uno sbattere d’ali dietro di lui.

            “E’ la Cicogna!” pensò. Si volse, ma: “cip, cip!”, erano alcuni passerotti.

            “Per favore”, gli dissero, “non piangere: i nostri piccoli nei nidietti laggiù non potranno dormire! Forse possiamo aiutarti? Oh, sì, forse potevano aiutarlo! Il pesciolino raccontò loro l’accaduto e, quando ebbe finito, con grande gioia si accorse che i passerotti avevano avuto un’idea. Subito volarono nel prato vicino dove cento farfalle volteggiavano nell’aria e pareva che rifrangessero nelle ali sottili i colori dei fiori intorno, e dissero:

 

O farfallette che vicino ai fiori

sempre danzate cercando lo stelo

che alla terra vi unisca, più quei cori

belli delle valli, del mar del cielo

 

udir voi non potreste senza le ali

e nel pericolo d’esser recise.

Donatene un po’ a chi ne è privo e i mali

potrà sfuggire; oh, esse sian divise!

 

            Le farfalle non se lo fecero ripetere due volte: subito ognuna di loro donò ai passerotti un pezzetto delle alucce trasparenti ed essi li cucirono insieme con sottili fili d’erba, formando un palloncino variopinto.

            “Infila la tua testina in questa piccola sfera!”, dissero al pesciolino i passerotti appena furono tornati. Egli ubbidì prontamente e...evviva! Con essa poteva raggiungere il fondo del lago.

              Mentre nella valle tornava la quiete e sugli alberi, fra il dolce canto delle loro mamme, i piccoli dei passerotti dormivano, il pesciolino in quel palloncino variopinto fluttuava nell’azzurro dell’acqua.

            Come tutto era bello laggiù! Simile a un gran merletto di smeraldi, l’erba adornava ogni angolo; qua e là volteggiavano piccole bolle: rispecchiavano in miniatura quel lago fiabesco, poi con un triste “pof!” svanivano, e il pesciolino si sentiva quasi un egoista ad essere pieno di tanta felicità. Cantava, faceva mille capriole: quella sì che era vita!

            Non si accorse neppure di entrare in una galleria e quando giunse all’altra estremità si trovò in un luogo dove erano fiori, pietruzze colorate, piccoli sedili e nel mezzo un cartello su cui era scritto “Giardini pubblici”. Sui sedili c’erano le signore mamme, che guardavano i loro figlioletti giocare felici o li cullavano immersi nelle coppe dei fiori.

            “Oh, poter essere anch’io come loro!, esclamò il pesciolino accorgendosi che c’era qualcuno più felice di lui. Il desiderio di avere una mamma allora divenne irresistibile. E’ assegnata una mamma a tutti quelli portati dalla Cicogna; anche per lui ce ne doveva essere una e avesse dovuto cercare in tutto il lago, l’avrebbe trovata.

            Ma, purtroppo, tutto fu vano! Ahimè, non sapeva di essere un pesce del mare e che là, nel lago, nessuno lo attendeva!

            Oh, ma forse sarebbe stato ugualmente felice fingendo di avere  una mamma! Si immerse nella coppa di un fiore, immaginando che l’erba che di tanto in tanto lo sfiorava fosse la mano materna e quelle pietruzze sparse qua e là gli occhi, che, amorosi vigilavano su di lui. Oh, purtroppo, tutto questo non era che immaginazione.

            A rendere più bello ancora quel sogno ecco ad un tratto il canto così dolce che gli occhi del pesciolino si chiusero lentamente. Ehi!, se quel canto riusciva a farlo dormire non poteva essere un’immaginazione! Il pesciolino aprì gli occhi a fatica, fece il giro della roccia da cui proveniva quella voce e: “Oh!”, esclamò colpito, “Non può essere vera!”, si strofinò gli occhi, “E’ troppo bella”.

            Non aveva esagerato: quella figurina bianca che si stagliava nell’azzurro, cantando, sembrava infatti una piccola fata fuggita da una fiaba...per pesciolini! Oh, ma essa non scompariva! Anche quando il pesciolino, voltandosi per andar via, sbatté, confuso com’era, la testa contro una roccia, essa restò là: se tutto ciò era un sogno si sarebbe svegliato e invece era realtà e lo era purtroppo...anche quel bernoccolo! Beh, che quella creaturina restò là non è proprio vero: si avvicinò al pesciolino, lo aiutò ad alzarsi, poi rimasero entrambi a guardarsi stupiti. Una bolla d’argento dalla forma di un cuore si posò sulle loro testine, li imprigionò in sé e con essi danzò fra l’azzurro. Attraversando quel merletto d’erba vi lasciava intagliato un cuore, poi un altro, un altro ancora... ben presto tutto il lago fu pieno di cuori. Ma i due viaggiatori improvvisati della bolla, non si accorsero di nulla; s’udiva soltanto il “toc-toc” dei loro cuoricini. Oh, strano! Come poteva il pesciolino sentire per quella creaturina lo stesso affetto che avrebbe provato per la sua mamma, e forse anche più grande? Eppure...era così!

              Sembrava una spina grossa grossa quella cosa che scendeva dalla superficie del lago. Urtò la bolla a forma di cuore e “pof!”, essa scomparve e i due pesciolini caddero nuovamente nell’acqua.

            “Glu, glu! Ti ho trovato finalmente!”, disse quella spina aprendosi in due. “Ti porterò al mare dove la tua mamma ti aspetta!”

            Ahimé! non c’era dubbio: era proprio il becco della signora Cicogna!

            Il pesciolino impallidì all’idea di doversi separare dalla sua piccola amica. Tentò di fuggire, ma ormai era troppo tardi: già la Cicogna lo afferrava per la coda e lo portava in alto.

            Pianse tanto il povero pesciolino, che, se l’alata signora non si fosse affrettata a partire, tutti gli abitanti del lago avrebbero dovuto provvedersi di un palloncino di farfalla per vivere fra quelle...lacrime amare.

            Mentre la Cicogna diveniva un puntino sempre più piccolo all’orizzonte, qualcosa cadde volteggiando. Era un altro pesciolino? Oh, no! Questa volta si trattava soltanto di quel palloncino variopinto, diventato ormai inutile, e che il vento volle andasse a finire proprio nel nido dei passerotti.

             Così il pesciolino andò a vivere nel mare. Ma né la lontananza, né le cure affettuose della sua mamma riuscirono a farli dimenticare “la mia fatina del lago” un solo istante.

            Un giorno il pesciolino stava poltrendo in una conchiglia, cercando un modo di evadere dal mare.

            “Forse confondendomi nella notte coi riflessi d’argento delle stelle potrei lasciare il mare, come fanno loro per cedere il posto ai colori del giorno. Ma poi... come raggiungerei il lago?”, pensava. “Oppure...”

            In quel momento si accorse che qualcosa lo trascinava verso la superficie: era caduto in una rete! Tentò di liberarsi, ma la rete uscì dall’acqua e il pesciolino cadde svenuto sotto il peso di mille altri prigionieri.

              Dove sono?!” esclamò il pesciolino quando riaprì gli occhi. E quasi in risposta alla sua domanda s’udì una grande pentola bollire. Oh, dunque doveva morire! Beh, che importava! Finalmente sarebbe finita la sua tristezza e non avrebbe più pensato a come raggiungere la sua fatina del lago.

            “Ehi, no! questa volta sogno davvero!”, balbettò vedendo inquadrata in un vaso di cristallo una figuretta bellissima. “Non...non può essere là la mia fatina!”. Ma anche questa volta si sbagliava: era proprio lei e lo invitava a raggiungerla. Chissà come era finita là dentro! Purtroppo però il pesciolino non era agile come nell’acqua! E poi, se fosse entrato nel vaso di cristallo,  sarebbe morto ugualmente. Avesse posseduto ancora il palloncino d’ali di farfalla! Oh, adesso gli sembrava di aver bevuto nel pozzo dei desideri: ogni suo pensiero si avverava! Si udì un “cip, cip” e sul davanzale della finestra si posarono i passerotti, evidentemente venuti a cercare qualche briciola. Quando videro il pesciolino in pericolo corsero subito al loro albero vicino al lago e presero il palloncino variopinto che – tornati in quella casa – posero sulla testina del loro piccolo amico, tuffandolo nel vaso di cristallo.

            Così i due pesciolini furono nuovamente insieme. “Ti amo, Piccola  Fata!”. “Ti amo, Tesoro Variopinto!”

            Poi non s’udi nient’altro che il “toc-toc” dei loro cuori.

 

Clicca sulle immagini per ingrandire

   

  

 La storia di un fumaiolo

 

            Sul tetto d’una piccola casa dalle parenti pericolanti e dalle finestre piccine piccine, c’era una volta un fumaiolo basso basso e fatto di mattoni colorati.

            Dalla sua bocca emetteva continuamente piccole nuvole di fumo, che si divertiva a seguire a perdita d’occhio, nel loro lento salire verso l’azzurro.

            Un mattino d’autunno, mentre il fumaiolo era intento, come al solito, a guardare il cielo, scorse, fra le nuvole bianche, un grande che volava veloce.

            L’uccello sorvolò i prati coperti di tenera erbetta, sorvolò il ruscelletto che chiacchierava con un anatroccolo con voce argentina e si posò sul tetto di una casa accanto al fumaiolo.

            “Chi sei ?”, gli chiese il fumaiolo incuriosito da quelle sue lunghe gambe rosse.

            “Sono una cicogna”, rispose l’uccello. “Ti dispiace se preparo quassù il mio nido?”. “Fai pure”, le disse il fumaiolo e da quel giorno egli e la cicogna vissero insieme.

            Un giorno la cicogna decise di deporre delle uova nel nido e incominciò subito a covarle. Il tempo passò e finalmente un mattino un uovo si aprì, poi un altro e un altro ancora. Com’erano belli quei batuffoli gialli! Volgevano tutti il becco verso il cielo, come per dire che erano pronti a volare.

            Ogni giorno la cicogna lasciava il suo nido per procurare il cibo ai suoi piccoli e nella sua assenza il fumaiolo raccontava loro mille favole per farli stare buoni.

            Ma un giorno la cicogna non tornò più. Calò la notte e con essa un freddo pungente. Povere implumi come tremavano infreddoliti!

            Il fumaiolo allora incominciò a far uscire grandi nuvole di fumo dalla sua bocca per riscaldarli, ma i piccoli della cicogna continuavano a tremare. Insieme al fumo allora incominciò a sputare anche le fiamme e continuò così per tutta la notte.

            Giunse finalmente l’alba. Il fumaiolo era tutto bruciato e con esso gran parte del tetto. I piccoli implumi vivevano ancora; ora non avevano più freddo ma fame, tanta fame. I padroni della casa, intanto, si erano accorti del tetto bruciato: “Non serve a niente quel fumaiolo!”, diceva l’uno: “Abbattiamolo prima che bruci tutta la casa!”, proponeva un altro.

            Così, in men che non si dica, salirono sul tetto e con cento arnesi incominciarono a distruggere il fumaiolo. La prima pietra saltò via, rotolò sul tetto poi cadde al suolo, così la seconda, la terza, la quarta... Ma il fumaiolo rimaneva impassibile; non una lacrima gli sfiorò il viso, non un grido uscì dalle sue labbra. La sua unica preoccupazione era per quei poveri piccini implumi, che sicuramente sarebbero morti dalla fame.

            Ad un tratto, in lontananza, scorse un puntino piccolissimo, poi il puntino diventò sempre più grande: era la cicogna, tornava finalmente! Sorvolò i prati e il ruscello che chiacchierava con un anatroccolo, poi si posò sul tetto.

            Il fumaiolo, contento, la vide accarezzare i suoi piccoli e dar loro del cibo. Poi l’ultima pietra, con un colpo ben assestato, saltò via e di lui non rimase più nulla sul tetto.

            Soltanto là, nel prato, erano alcune pietre colorate, che con due lunghe lacrime la cicogna fissò a lungo.

 

 

Il trenino impertinente

  

      C’era una volta un piccolo treno impertinente, tanto impertinente che tutti avevano paura di salirvi. Ora partiva e non voleva più fermarsi, ora si fermava e non voleva più partire; talvolta correva velocissimo, talvolta così lento che giungeva con giorni e giorni di ritardo. Gli unici suoi viaggiatori erano il macchinista e il fuochista, ma un bel giorno anch’essi abbandonarono il trenino. ma questi non si dette per vinto: mise fuori dal fumaiolo una grossa nuvola di fumo nero e quando questa si dileguò, fra lo stupore di tutti, il treno era già partito.

            E correva rombando e fischiando felice, quando si accorse che in uno dei suoi vagoni vi era un viaggiatore, uno strano viaggiatore, alto poco più di due spanne e con una barba bianca che gli spolverava le scarpe.

            “Chi sei tu, che osi salire sulle mie vetture?”, disse allora sdegnoso il trenino. “Non lo sai che io sono il treno più terribile che esista?”.

            “Io sono la tua coscienza!”, disse il nanetto. “E sono qui per farti diventare un buon trenino, il più buono di tutti!”.

            “Ah, si!?”, urlò il treno a quelle parole. “Ebbene, cara coscienza, se non sloggi subito farò tante capriole che non riuscirai più a distinguere quale sia la tua testa e quali i piedi!”.

            E così fece. Incominciò a saltare e a correre, accorrere e a saltare; ma il nano era sempre là e pareva che non avesse nessuna intenzione di lasciarlo.

            Ad un tratto una buia galleria apparve innanzi al trenino. Ben presto egli la raggiunse e senza esitare vi entrò. Ma, mentre era nel centro di essa, le ruote gli si bloccarono ed egli rimase là, avvolto nelle tenebre e incominciò ad avere tanta paura, che tremava tutto.

            “Ebbene”, disse il nanetto, “se mi prometti che diventerai buono, ti farò uscire subito da questa oscurità!”.

            Il trenino pensò per qualche secondo poi accettò.

            Poco dopo infatti era nuovamente all’aperto; ma appena qui, subito riprese la sua piazza corsa.

            Scoraggiato allora il nanetto scomparve e il treno ne fu tanto contento e rise e rise, che quasi non scoppiò.

            E rideva ancora quando, d’un tratto, simile ad un serpente, vide uscire da una curva un treno grosso grosso che gli veniva incontro.

            Il treno cercò di fermarsi, chiese aiuto, promettendo di diventare buono, ma invano. Poco dopo, con un rumore assordante, i due treni cozzarono l’uno contro l’altro.

            Quando il trenino riprese i sensi si accorse di trovarsi su qualche cosa di morbido, si guardò attorno e con grande stupore si avvide di essere finito sulla luna.

            Povero trenino! Per la prima volta in vita sua, incominciò a piangere. Poi asciugate le lagrime, decise di diventare buono, perché solo così, forse, avrebbe raggiunto la strada ferrata, che appariva sottilissima sotto di lui.

            Giunse la notte, ma sulla luna era sempre giorno e di là si godeva un magnifico panorama. Si vedevano i monti, i laghi, il mare. Il mare era agitato e, ad un tratto, il trenino scorse una barca trasportata su e giù dai grossi cavalloni.

            Egli allora, con forti spintoni, portò la luna sul mare e con i suoi raggi d’argento indicò alla barca la via per raggiungere la riva lontana. la barca così fu salva, e il trenino si sentì tanto felice.

            Ben presto però la luna divenne mezzaluna, e poi sparì del tutto. Il treno sentì mancarsi il terreno sotto i piedi, e prima che potesse rendersi conto di ciò che accadeva, precipitava nel vuoto.

            Andò proprio a finire sul tetto di una casa, un tetto così piccolo, che alcuni vagoni pendevano lungo il muro.

            Nella casa vi era una mamma che invano cercava di addormentare il suo bimbo. Il trenino allora incominciò a fischiare con infinita dolcezza. Subito gli occhi del bimbo si chiusero e sognò  gli angeli che suonavano una lira che emetteva note simili a quelle del treno.

            ben presto anche il treno cedette al sonno e quando si svegliò, con sua grande gioia, si trovò sui binari.

            Così da allora quel trenino fu il più bravo del mondo.

            Ora i viaggiatori, il macchinista e il fuochista non avevano più paura di entrare nei suoi vagoni; ora era sempre puntuale, grazie a quel nanetto che lo aveva riportato sulla giusta via, anzi, per meglio dire, sul giusto binario.

 

Clicca sulle immagini per ingrandire

   


 

La margherita

 

            Là, nel giardino pieno di fiori, tutto era silenzio; solo una fontana canterellava placida e il suo zampillo saliva alto nell’oscurità. Ai piedi dell’orlo della fontana cresceva, tutta sola, una margherita dai petali pallidi e dall’esile stelo che dondolava al vento leggero. I suoi petali erano cosparsi di piccole gocce di rugiada o di lagrime, oh, sì, di lagrime, che lente le scivolavano sul bianco...Piangeva, infatti, povera margherita! Era sola; il destino crudele l’aveva fatta nascere lontana dall’aiuola, dagli altri fiori. Accanto a lei c’era soltanto il muschio che tappezzava di verde l’orlo della fontana. Ma questi non amava chiacchierare con un fiore volgare, e se talvolta apriva la bocca, era per vantarsi di essere un tappeto raro, che, un giorno o l’altro, sarebbe finito in un salotto.

            Com’era triste la piccola margherita! Di tanto in tanto, volgeva il capino verso l’aiola e sospirava: quante rose dai petali rossi e vellutati vi erano e quanti gigli e quante altre margherite, e tutti erano felici...

            Ad un tratto, i lumicini argentati che erano nel cielo fuggirono e il sole sorse all’orizzonte.

            Un bimbo dal viso roseo incorniciato dai capelli neri venne nel giardino. Passò accanto all’aiuola piena di fiori, si guardò torno torno e scorse in un angolo, presso la fontana, la margheritina. Si avvicinò, la colse, con mano delicata, e veloce corse verso casa.

            Poco dopo, la piccola margherita era là, accanto all’immagine d’una Signora bellissima. Era felice, non era più sola. Ora quel fiorellino bianco era una stella, fra le tante, che formavano l’aureola d’argento posta sul capo della Madonna.