ALESSANDRO E LA TARTARUGA

Diritto, davanti al corpo dell’amico, la chioma bionda aveva reciso e deposta fra le mani del suo Patroclo.

            «Efestione, ora so che in patria non devo tornare mai più, ora so che presto anch’io lascerò la luce del sole».

            Una stessa tomba avrebbe raccolto le bianche ossa di Efestione e le sue, una tomba alta e larga, come aveva dato disposizione a coloro che sarebbero rimasti dietro di lui.

            Perché gli avevano impedito di tagliarsi col ferro la gola appena avuta l’amara notizia? Perché non era rimasto accanto al suo Efestione negli ultimi momenti della sua vita?

            Neppure nel sonno trovava riparo al dolore, dalla colpa per aver lasciato solo l’amico malgrado i presentimenti, i presagi. «Tu dormi, Alessandro e ancora una volta ti scordi di me». E non era Efestione vivo che così gli diceva apparendogli nel sonno; neppure il pietoso inganno del sogno! Era un’ombra, invece, con gli stessi occhi belli e voce e vesti, ma che, come fumo, non si lasciava afferrare.

            Oh, se almeno avesse potuto nel sogno sentire vicino, vivo, Efestione, avesse potuto abbracciarlo e almeno godere insieme a lui il pianto amaro.

 

Ma vieni vicino e almeno un istante

abbracciati, godiamoci il pianto amaro a vicenda.

           

            Era rimasto con Efestione, non poteva più staccarsene. Il suo cuore si era fermato lì, a Hamadan. La morte dell’amico aveva arrestato un viaggio, o una fuga. Sì, Alessandro era fuggito: questo paese è troppo piccolo per te!, aveva profetizzato suo padre vedendolo domare Bucefalo. Una profezia, una maledizione. Uscire da un mondo sempre più angusto e soffocante. Ereditare un regno per poterlo finalmente abbandonare. All’inizio aveva creduto che ciò che voleva era ampliarlo, estenderlo, oltre ogni immaginazione, dilatandone i confini fino a spezzarli. Ma poi la Macedonia gli era apparsa sempre più lontana e ancora più ristretta. Ed egli ne era fuori, sì completamente e per sempre. Una corsa frenetica. Raggiungere luoghi inaccessibili, apparire dove e quando nessuno avrebbe immaginato. Questa capacità l’aveva inebriato: nessun ostacolo poteva fermarlo, nessun legame trattenerlo. Per sciogliere un nodo bisogna spezzarlo, come col suo gesto a Gordio aveva provato.

            Ma poi questa stessa rapidità, questa possibilità di non essere trattenuto da niente gli aveva fatto sentire a poco a poco i suoi movimenti come staccati da tutto, come vani, indifferenti. Muovere freneticamente i piedi che non trovano più nessun ostacolo, che non hanno più presa, come chi è sospeso da terra e si dimena inutilmente. Ogni impresa aveva cominciato ad apparirgli lenta, ogni attesa lunga fino all’esasperazione, ogni indugio insopportabile.

            In realtà era passato tanto tempo da quando aveva lasciato la Macedonia, nove lunghi anni, ma trascorsi in un attimo, attraversati come nebbia, come fumo, come in un sogno. Tutti i suoi movimenti gli erano sembrati sempre più lenti, come se fosse preso da un torpore invincibile. E ciò ancor prima della morte di Efestione, ancor prima della morte di Clito, forse ancor prima della morte di Dario, forse ancor prima della morte di suo padre. Forse da sempre.

      E quando, nell’ira furiosa, aveva scagliato la lancia che dava la morte a Clito, anche quel gesto era lentissimo, come se non poteva e non doveva accadere, come se il suo braccio non poteva mai raggiungere la lancia e la lancia mai il corpo di Clito, una lancia che, come quella del paradosso di Zenone, per attraversare infinite metà del suo percorso, era destinata a non raggiungere mai la mèta, a restare sospesa fra Alessandro reso inerte dalla sua stessa furia e Clito con gli occhi sbarrati dalla morte che si era voluta e che soltanto tardava a venire.

            Ora era sorta la luna, la stessa luna della città turrita di Hamadan, sospesa sul tempio dalle tegole d’argento e turchese, che illuminò il volto esanime di Efestione; la stessa luna immobile che talvolta aveva sorpreso l’infaticabile Aristotele ancora intento a insegnare a lui e a Efestione per i viali e le grotte di Mieza; la stessa luna del banchetto di nozze di Filippo con Euridice, in cui Alessandro aveva sguainato la spada contro il padre. Ora la stessa immobile luna raggiungeva la stanza dove Alessandro, l’Achille piede veloce; giaceva a letto, malato. L’aveva vista riflettersi immobile, sempre la stessa, nelle mobili e diverse acque del Ludia, dello Scamandro e del Simonenta, del Tigri e dell’Eufrate, del Nilo e del Gange.

            Il Ludia, come era lontano! Gli tornarono alla memoria le parole che Euripide scrisse del maggiore fiume di Pella: «Ludia, generoso datore e padre della prosperità umana, le cui amabili acque bagnano una terra ricca di cavalli...», e   pensò   che  non  avrebbe  più rivisto questo fiume.

– Pella, «paese di melma e di fango» – . Ricordò il suo primo incontro, a Pella, della bella Barsine, figlia del satrapo persiano Artabazo. Chi avrebbe potuto pensare che sarebbe da lui, dopo poco tempo, come parte del bottino persiano?

            Il suo pensiero tornò a Efestione, l’amico del divino Alessandro, il grande Alessandro, il dio figlio di Zeus-Ammone! davvero non vi è un limite esatto che dica fin dove si può essere amici. Efestione gli era stato amico fino all’impossibile. Se un amico si isola di molto, come un dio, l’amicizia non sussiste più - gli aveva detto Aristotele a Mezia, in una delle sue lezioni, come un avvertimento, quasi prevedendo i pericoli che l’amicizia fra Alessandro e Efestione avrebbe potuto correre in seguito.

            «Perciò»; aveva aggiunto Aristotele, «si pone anche la questione se un amico possa desiderare per il suo amico il piò grande dei beni, come di essere un dio: infatti, in tal caso, questi non gli sarebbe più amico, né gli sarebbe un bene, giacché gli amici sono dei beni. Se dunque s’è detto giustamente che l’amico vuole bene all’amico ai fini di esso, però questi dovrebbe rimanere tale e quale è quello: l’amico desidererà i beni più grandi per lui, ma come ad un uomo. E forse non desidererà per lui tutti i beni; infatti soprattutto ciascuno vuole bene a se stesso».

            Efestione aveva smentito Aristotele; Efestione amico impossibile!

            Come ad Alessandro pareva ora angusta la concezione dell’amicizia di Aristotele. Dietro a tutte le sue distinzioni, descrizioni e definizioni delle diverse specie di amicizia e del meticoloso conteggio dei vantaggi e degli svantaggi a seconda dei legami e delle somiglianze o differenze fra gli amici, c’era, in fondo, il consiglio di non mettere il naso fuori dalla sfera del conveniente, del possibile, del razionale. Mentre diceva che coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici, frenava l’impulso ad accettare il rischio e a rispondere alla sfida che l’amicizia comporta, tanto più quando il rapporto è sperequato e impossibile.

            Di tutte le cose dette da Aristotele quando parlava dell’amicizia, gli era rimasta impressa soltanto una citazione dall’Iliade: «due che insieme vanno».

            Le sue labbra si mossero come a pronunciare una parola: “Akolouthia”, ma non nel senso di “conseguenza” o “conclusione”. o “superamento della contraddizione”. “Akolouthia” ha anche un altro senso e per esso ora Alessandro lo rievocava: quello di corteo di amici che accompagnano la nostra vita e ai quali ci abbandoniamo. Akolouthia, quel campo raro in cui le idee e le cose si imbevono di affettività.

            Aveva voluto che Eumene nei “Diari del re” annotasse giorno per giorno anche gli avvenimenti più insignificanti, i dettagli inutili, il per niente di azioni e comportamenti del grande Alessandro. E queste insignificanze erano a poco a poco divenute dominanti; i suoi incontri, i suoi colloqui registrati erano quelli con gli amici; e gli avvenimenti erano il banchettare, il giocare a dati, il dormire, il fare il bagno.

            Così nelle ultime pagine delle Effemeridi reali ora poteva leggere che il 18 Desio (31 maggio) Alesssandro aveva partecipato a un festino in casa di Medio, poi aveva preso un bagno ed era rimasto a bere da Medio fino a notte inoltrata. Aveva poi di nuovo fatto il bagno ed era andato a dormire. Quel giorno gli era cominciata la febbre.

            La febbre aveva interrotto il ripetersi eguale di avvenimenti senza sviluppo, senza senso, lo scorrere del tempo senza accumulo. Il grande Alessandro, solerte, instancabile, rapido, perdeva il suo tempo, irreparabilmente, ma senza rimpianto. Era come se lui; che aveva sempre preso, ora non potesse che dare, darsi a futilità, a cose irrilevanti, lasciarsi prendere dall’insignificante, dare se stesso in pura perdita.

            Il diario si era andato a poco a poco svuotando – una scrittura vuota -, e la morte, che ormai sentiva vicina, avrebbe portato a termine questo processo fino all’azzeramento.

            Il piè veloce Achille, per giunta questa volta indottrinato non dal centauro Chirone, ma dal più grande dei filosofi, ancora una volta veniva sconfitto dalla lentissima tartaruga.